la cinta muraria 04 mag

carlo ravaioli “La Città dei Filosofi” olio su tela cm. 90×180 – particolare: La cinta muraria

La fortificazione del pensiero e il corpo celato

Ci sono ancora edifici alti attorno a noi, l’illuminazione artificiale, come nei film in bianco e nero del XX° secolo, crea ombre lunghe e spesso contrarie con un effetto spiazzante. I bagliori dietro agli angoli delle torri o dei palazzi fanno sperare che a ogni svolta ci si trovi finalmente di fronte a una risposta o a una soluzione. Il terreno è in discesa, ripido e senza scale, anomalo per un centro città arroccato. Gli spazi si allargano e alla nostra sinistra vediamo innalzarsi un tratto delle mura di cinta. Nude e imponenti, disposte su una pianta irregolare, appaiono come in gigantesco paravento atto a nascondere l’orizzonte e ogni altra vista piuttosto che infondere il senso di protezione proprio di una recinzione urbana. Verso nord la palizzata si abbassa in maniera molto marcata in modo che ci sentiamo spinti in quella direzione sia per curiosità di guardare oltre che per il femoneno ottico  di un consistente aumento di luminosità del cielo in quella direzione: è come se solo da quel punto si possa osservare un tramonto accecante di luce bianca. Arrivati al punto più basso delle mura però la luce ritorna normale, si può vedere il litorale con al centro una suggestiva immagine della casa di Parmenide. Una sottile delusione si fa strada nel nostro animo, ci eravamo creati aspettative dalla vista di quella luce, come se avesse potuto rassicurarci di fronte alle grandi incertezze del pensiero. Poi, guardando indietro, ci accorgiamo che il bagliore è ancora la a sormontare le alte mura; ora però ci sembra il sorriso malizioso di una femmina stupenda dietro a un paravento, ostinata a tenere nascosta la bellezza della propria nudità.

Questa tappa passata a camminare su e giù e a zig zag lungo pareti insormontabili ha suggerito numerose e disparate riflessioni: il recinto urbano è in primo luogo una protezione ma nel nostro caso potrebbe significare fortificazione del pensiero, disciplina al cospetto di un saggio atta a consolidare pratiche spirituali che possano portare alla visione della luce interiore. Le mura sono il nostro confine, la marcatura del nostro raggio di azione: ce ne accorgiamo ogni volta che il nostro cammino viene fermato e dobbiamo tornare indietro o capire che l’unica possibilità di andare sempre avanti è quella di girare in circolo o “in quadrato” lungo il perimetro.

Cambiando il punto di osservazione il recinto può anche essere visto come il cortile della prigione in cui trascorrere un’ora all’aria aperta assaporando l’illusione di un attimo di libertà. Il paravento di pietra è ciò che nasconde il corpo della verità: riusciamo a vederne la faccia  sorridente ma non potremo mai immaginare la forma di tutto il resto se non l’abbiamo mai vista. E’ la linea di separazione tra ciò che ci è dato di conoscere e quello che nemmeno riusciamo a intuire. Queste sono le mura viste da dentro che sono poi simili a quelle viste da fuori.

Dentro a ognuno di noi esiste un “centro città fortificato” in cui ci piacerebbe entrare, un quartiere direzionale nascosto in un antro della nostra coscienza in cui si sviluppano e si decidono, a nostra insaputa, gran parte degli accadimenti della nostra vita. Talvolta, durante il sonno, si riesce a varcare la porta arcaica e sorvolare viuzze e piazze luminose, conquistare l’altezza dei palazzi sedersi a testa in su per vedere il cielo, bussare alle porte ermeticamente chiuse, urlare a squarciagola di farci entrare, sempre attenti e curiosi di riuscire a vedere, almeno una volta, anche per un attimo, un sorriso rassicurante dietro il vetro di una finestra.

 

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