04 dic

INAUGURAZIONE giovedì 5 dicembre 2019
ORE 9,00

SPECTRUM
Fiera d’arte a miami art basel

con BLU INTERNATIONAL GALLERY

Often, somewhere, i have seen places that do not exist and people that look for them.

Entire populations traveling towards the unknown with a primitive spaceship, sailing and floating with the only desire to return home.

Flying away from the Volcano, from the city of bore or simply from the confusion of their thoughts.

They are looking for ways to bring their happy memories with them.

Putting your entire life in to a wagon and sending it to a new destination.

When you finally manage to get out of the maze you will see the sky fall at your feet and your heart will dance and smile.


Whatching the falling sky

Interno con oggetti 20 nov

INAUGURAZIONE VENERDì 30 NOVEMBRE
ORE 19,30

Mostra personale di Carlo Ravaioli

LABIRINTI

a cura di Sabrina Marin 

Galleria d’Arte ARTISTICA

Via del Lazzaretto, 17 Forlì

 “La logica del visibile si è messa al servizio dell’invisibile. Tutto considerato niente è più irreale dell’architettura: il labirinto, la Torre di Babele (…)” L. Sciascia

Davanti ai quadri di Carlo Ravaioli mi sorprendo in religioso silenzio, in attesa che qualche cosa accada. Il punto di vista è così ravvicinato che ci si trova ad essere catapultati in quelle spire composte da muri massicci, scrostati e in precario equilibrio, che nelle loro intersezioni creano improvvisi labirinti. Proprio a questo dedalo di corridoi e scale s’ispirano gli inediti dipinti esposti alla Galleria Artistica di Forlì. “Labirinti” è il titolo della mostra. Trae ispirazione filosofica, simbolica e artistica da quel segno architettonico che da millenni accompagna l’uomo nella storia e nel suo tortuoso cammino di conoscenza.

Mai come all’inizio del ‘900, il secolo che ha rotto con i linguaggi tradizionali, si è materializzato il desiderio di liberarsi da qualsiasi centro gravitazionale. La certezza del mondo cartesiano e gli equilibri del mondo occidentale si scardinarono, favorendo l’avanzare di un disordine labirintico che si rivelerà estremamente interessante e fecondo dal punto di vista artistico. Furono le cosiddette avanguardie storiche, il Futurismo, l’Astrattismo, il Dadaismo e il Surrealismo, a tracciare una nuova strada maestra in cui nell’arte contemporanea decade l’interesse a rappresentare la realtà a vantaggio di una più generale dilatazione degli spazi non solo quelli fisici-pittorici ma anche quelli mentali e spirituali.

In questa condizione, l’opera che Carlo Ravaioli dipinge è essa stessa un dedalo. Le ragnatele di passaggi che scorgiamo nei suoi quadri conducono lo spettatore in un percorso involuto che conduce inevitabilmente dall’esterno (il mondo reale) al suo centro (l’inconscio) e viceversa.

L’artista traduce così in immagini la propria profonda sensibilità dell’Io facendo prendere forma ad architetture, palazzi immaginari, labirinti al cui interno approda la luce, sferza il vento e si dipanano elementi organici. È comprensibile che in questo intricato groviglio architettonico, non ha molta importanza riconoscere il percorso esatto per uscirne, quanto piuttosto ricercarne l’essenza più intima. È sottinteso che questi corridoi diventino l’allegoria del viaggio interiore che ognuno di noi percorre.

Così sembrano suggerire le tele Dedalo, Invaso d’erba 2018, Metro e Ingresso del labirinto dove i muri e le rampe di scale tendono a creare l’assetto a percorsi di un ideale labirinto. Opere in cui è un eterno errare e un continuo e faticoso saliscendi, come del resto sono le asperità dell’animo. Succede così che i labirinti di Ravaioli non siano su un unico piano come siamo soliti immaginare, ma si sviluppino anche verticalmente mediante precarie e ripide scalinate. Lungo il nostro cammino si prospettano salite tortuose, prove difficili ma anche magnifiche discese in fondo alle quali ci attendono grandi finestre che, attraverso tendaggi svolazzanti, rivelano orizzonti lontani.

Le finestre sono il simbolo dell’evasione, della fuga dal labirinto dove persino un fiore ancorato alle sue radici e imprigionato in un pesante vaso si protende con forza verso quel varco che gli dona luce e vita. Lo vediamo in Voglia di evasione, ma più in generale in tutta la produzione dell’artista dove la finestra rappresenta il miraggio e il desiderio di libertà.

Si evince che per Ravaioli il labirinto è il paradigma del viaggio.

In questi corridoi, scomparti e ballatoi, la figura umana è assente solo in parte, in verità l’osservatore che si avvicina all’opera ne è trascinato all’interno fino a scoprirsi parte di essa. E in un istante si è dentro il quadro.

Il labirinto che si estende in un intreccio di muri è reale e concreto. In questo groviglio architettonico la via di uscita pare un miraggio e il sentimento di angoscia cresce. La paura di non uscirne è in agguato. Ravaioli gioca con lo spazio, sovverte gli equilibri e toglie la centralità di un punto focale, suscintando smarrimento. Lungo i molteplici cammini percorribili si avverte il disagio per quelle alte pareti che si deformano lungo i pendii creando forti illusioni ottiche e una sorta di vertigine.

Il risultato è un labirinto che sfida la percezione e l’orientamento dello spazio.

Succede talvolta che anche il colore alimenti una sensazione di tormento e ossessione, come in La casa degli incendi dove il colore rosso fuoco nelle sue molteplici sfumature incandescenti non faccia altro che accrescere il senso di disorientamento nel complicato intreccio di scale.

In sintonia con quanto argomentato, Ravaioli sviluppa i suoi labirinti attraverso profondi dialoghi di colore e luce. Il colore diventa il concreto protagonista del quadro tanto quanto le massicce mura dipinte. Grazie ai colori decisi delle pareti riusciamo a distinguerle l’una dall’altra. Colori caldi e freddi che così sapientemente accordati regalano una musicalità cromatica che accompagna chi percorre l’intricato cammino.

Mai ci è permesso di vedere l’esterno delle costruzioni di Ravaioli; l’esterno è per sua stessa definizione visibile a tutti! Il fascino sta in ciò che è all’interno, nel celato. In questo modo per dirla con le parole di Leonardo Sciascia “la logica del visibile si è messa al servizio dell’invisibile. Tutto considerato niente è più irreale dell’architettura: il labirinto, la torre di Babele”, che ci introducono nel nostro misterioso e affascinante viaggio interiore.

Inizia il viaggio!

fiore pallido

Fiore Pallido – acrilico su tavola cm 30×40

Sabrina Marin

Sabrina Marin è Storica dell’Arte e da 20 anni è in carica presso la Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici della città Mantova, sua città natale. Adottata dalla Romagna da più di 18 anni, ha intrapreso una serie di studi riguardo le tematiche trasversali che interessano l’arte con mondi a noi più vicini come il vino, il cibo e la fotografia. Laureata a pieni voti all’Università di Bologna, la sua tesi vince il premio Tina Bianchi nel ‘97 come miglior scritto nella sezione Storica/Artistica con la prima monografia scritta del pittore seicentesco Pietro Facchetti. Ad oggi la sua attività si arricchisce di numerose pubblicazioni su riviste di settore, è titolare di diverse rassegne letterarie e curatrice di mostre d’arte moderna e contemporanea. Nel 2017 crea il format IN Shop Eventi, un autentico spazio social fatto di relazioni ed eventi

 

il presente infinito 20 nov

INAUGURAZIONE SABATO 1 DICEMBRE
ORE 17,00 

Mostra personale di Carlo Ravaioli

a cura di Luigi Foschini 

Galleria d’Arte Bottega Gollini

Via Emilia 43 Imola – www.bottegagollini.it

“Presente infinito”, a cura di Luigi Foschini, approfondisce il lavoro di Ravaioli attraverso un’ampia selezione di opere tra le più significative degli ultimi anni, dai Paesaggi a colori ai recenti Paesaggi in bianco e nero, fino alle Città e ad alcuni Interni. In esposizione vi è anche uno dei suoi Ritratti di donna Avatar (“Aurora”), due Sculture di stagno, una delle celebri Città Volanti e un’opera della serie Città Vulcano che ha di recente riscosso grande successo.
Lo studio del paesaggio, guidato dall’amore per la propria terra e per i luoghi della sua infanzia, caratterizza il percorso artistico di Ravaioli che si lascia ispirare dalle colline e dai corsi d’acqua della bassa pianura Romagnola. Con un approccio alla pittura del paesaggio sperimentale e sofisticato, l’artista mette al centro della ricerca l’indagine del tempo e dello spazio, fino al superamento dei loro confini.
I suoi Paesaggi sono rappresentati in momenti diversi della giornata ma sullo stesso quadro, in un molteplice sdoppiamento del punto di vista. Il tempo scorre sulla tela e si allunga all’infinito, per un racconto che comprende le variazioni che si verificano nell’arco della giornata o dell’intero anno. Estate e inverno, primavera e autunno, notte e giorno: tutto appare contemporaneamente sulla scena, accentuando la sensazione di straniamento, in un’atmosfera sospesa e surreale.
Carlo Ravaioli richiama la ripresa cinematografica, facendo convivere sulla stessa tela una doppia visione – inquadratura zenitale dall’alto e contemporaneamente da un lato – in una prospettiva falsata e irreale che suggerisce la tensione alle infinite possibilità di percezione di uno stesso ambiente. Nelle sue Città di pianura l’orizzonte mantiene la stessa importanza del soggetto del quadro che occupa la zona centrale o il primo piano, grazie alla messa a fuoco da zero a infinito. “In fondo era la scorsa settimana”, oppure “Il mio presente è infinito” sono opere che esprimono appieno il risultato della ricerca formale e concettuale oltre il limite.
Nelle opere pittoriche a colori, dai Paesaggi fino alle Città e alle celebri Navi Volanti, l’artista punta alla densità delle masse e alla pienezza dei volumi attraverso un uso magistrale del colore. Le tonalità complementari sono accostate con grande equilibrio, la materia appare graffiata, consumata, vissuta, tanto da fare assomigliare i quadri ad affreschi rovinati, per effetti suggestivi che ricordano gli intonaci dei muri dipinti e ridipinti, della calce, dei colori opachi. Il risultato pittorico del colore riflette il lavoro dell’artista che come un alchimista sperimenta miscele di differenti materiali.
La ricerca artistica si spinge più lontano nei recenti Paesaggi in bianco e nero (serie IRED), paesaggi in acrilico e a olio inventati seguendo la resa cromatica della pellicola sensibile all’infrarosso, nata per la ricognizione aerea militare, che rende visibile quanto all’occhio umano è invisibile. Nelle riprese aeree delle foreste, tutto cioè che contiene clorofilla o il colore rosso appaiono bianchi, mentre quanto è mimetizzato artificialmente appare nero. Con la possibilità di allargare la percezione visiva alla sfera dell’infrarosso, la realtà subisce un’alterazione più accentuata del normale bianco e nero, ed è spesso completamente sfalsata. Paesaggi sempre più spogli e inquadrati da un punto molto distante, in un meticoloso gioco di luci e ombre, fanno sembrare innevato un paesaggio che non lo è, lasciando sulla tela frammenti di natura protagonisti di ambientazioni fittizie.
Non poteva mancare nell’esposizione una delle celebri Navi – Città Volanti che rappresentano il desiderio dell’artista di appartenere a un Paese libero e un tributo all’antico amore per la fantascienza.
Il lavoro sui Ritratti viene ricordato con “Aurora”, ritratto di una donna Avatar, protagonista del gioco di realtà virtuale Second Life.
“Uomo di stagno” è l’opera rappresentativa dell’originale lavoro sulla scultura di Ravaioli che compone la figura umana con fili e lamelle di ottone tenuti assieme da saldature di stagno, accentuando i vuoti; la scultura è un’esperienza dei primi anni ’80, abbandonata e poi ripresa nel 2015.
L’opera di Ravaioli, estremamente ricca di dettagli, invita a una contemplazione lenta e riflessiva, capace di scoprire continui e inattesi livelli di visione, in un affascinante viaggio dentro il quadro.

20 nov

 

IMOLA
GIOVEDì 22 NOVEMBRE
ORE 18,00

Sfinito da dimore traslocate e ritratti di presuntuoso stile

ri-esco dalle stanze opache in salita per scale sconnesse incontro a piane distorte, distolto da bagliori radenti e ombre controluce di ripetuti soli

D’istinto e di mani guidate dal non so che, mi alzo sopra tutto e sopra pensiero senza seguire linee convergenti, sospeso come una descrizione leggera mi ritrovo a tracciare scie di memoria là dove cade il cielo nero

Sotto

Messo da parte in piena distrazione per un distante senso di panico e di sgomento innaturale, mi ritrovo a interrogarmi su quale punto dell’infinito e a quale ora dell’eterno si possano trovare gli  scuri orizzonti

Là in fondo non c’è visione, non c’è paura, non c’è dolore, non c’è memoria, non c’è bisogno

Un infrarosso bianco e nero

Carlo Ravaioli

le citta invisibili dei filosofi i nuovi templi 26 apr

L’illusione e le origini dei culti moderni nei nuovi templi

Il vasto spazio che separa il porto dall’agglomerato dei nuovi Templi, più che a una piazza assomiglia a un campo allagato. L’immensa pozzanghera che divide le facciate delle costruzioni dall’ampia veduta antistante si impone come fossato protettivo o come il fiume Acheronte che separa il mondo reale da ciò che riguarda l’aldilà. L’ostacolo che ci separa dal cammino introspettivo è apparente: ciò che sembra un calmo e profondo corso d’acqua è in realtà profondo poco più dello spessore della suola delle scarpe e lo si può attaraversare senza bagnarsi i piedi. Facciate di chiese e templi senza elementi architettonici riconoscibili sorgono addossati gli uni agli altri per non suggerire nessun riferimento religioso. Si intuisce semplicemente che quello potrebbe essere il luogo in cui la filosofia si mescola alla religione raccogliendo quà e là elementi dalla storia dei popoli che col culto hanno costruito e distrutto imperi immensi.

Quando fu ricostruita la città, in molte parti del pianeta, erano iniziate a sorgere correnti di pensiero  che andavano a pescare nelle dottrine arcaiche dei popoli più antichi della terra. Incredibilmente erano sorti ancora una volta luoghi di culto per dare maggiore sostanza alle nuove religioni. Il fenomeno durò parecchie decine di anni e oggi, in questo luogo, troviamo accenni anche a quel periodo.
Pochi e sproporzionati gradini ci invitano a salire ed entrare dal grande portale al centro del complesso e questa volta la salita è abbastanza faticosa. Appena entrati il gioco delle prospettive cattura immediatamente lo sguardo e ci troviamo magicamente sospesi in un mondo illusorio. Ciò che da fuori vedevamo in alto, da qui ci appare molto in profondità e viceversa, ci muoviamo con difficoltà e lentamente per evitare il capogiro. Un buon inizio per avere la sensazione di distaccamento dalla realtà e prendere coscienza di quanto il senso della vista influenzi e condizioni la vita umana ricordandoci, se mai ce ne fossimo dimenticati, quanta parte ha avuto nella crisi del pianeta del XXI secolo. Se non riusciamo più a chiudere gli occhi per meditare o pregare o pensare o contemplare l’energia di cui siamo fatti, qui è possibile fare tutte queste cose ad occhi aperti, la visione ci porta in quello stato di fissità in cui ci troviamo quando il cervello si resetta: guardiamo ma non percepiamo nulla. Ora siamo seduti sui gradini che danno in un cortile interno nella zona più bassa ma la sensazione di galleggiamento che abbiamo guardando di fronte è quella di trovarsi in alto e vedere addirittura i bagliori del porto.

Dopo una lunga sosta per questa meditazione “forzata”, ci spostiamo all’interno di quelli che chiamano i templi nuovi. Altissime colonne a base quadrata in doppia e tripla fila, fitte da non lasciar passare nemmeno un topo, sorreggono un tetto pesantissimo per dimostrare la forza e la solidità delle fondamenta di sostegno. All’interno ci si arriva da un tempietto più basso e anche qui l’impatto visivo è spiazzante. Le colonne hanno una superficie e una disposizione tali che la luce, entrando amplificata a fasci lamellari, illumini l’abbondante pulviscolo atmosferico componendo figure geometriche che riempiono tutto l’interno  dei templi nuovi e cambiano forma e dimensione in continuazione col cambiare della luce esterna. Ci troviamo così a vagare tra  stanze vuote in movimento le cui pareti possono essere attraversate perché fatte di luce, o meglio di tanti granelli di polvere sospesi illuminati. Un modo originale e artistico per rendere l’idea che la materia è fatta di atomi.
Un particolare del dipinto “La città dei filosofi” – I nuovi Templi

la cinta muraria 04 mag

carlo ravaioli “La Città dei Filosofi” olio su tela cm. 90×180 – particolare: La cinta muraria

La fortificazione del pensiero e il corpo celato

Ci sono ancora edifici alti attorno a noi, l’illuminazione artificiale, come nei film in bianco e nero del XX° secolo, crea ombre lunghe e spesso contrarie con un effetto spiazzante. I bagliori dietro agli angoli delle torri o dei palazzi fanno sperare che a ogni svolta ci si trovi finalmente di fronte a una risposta o a una soluzione. Il terreno è in discesa, ripido e senza scale, anomalo per un centro città arroccato. Gli spazi si allargano e alla nostra sinistra vediamo innalzarsi un tratto delle mura di cinta. Nude e imponenti, disposte su una pianta irregolare, appaiono come in gigantesco paravento atto a nascondere l’orizzonte e ogni altra vista piuttosto che infondere il senso di protezione proprio di una recinzione urbana. Verso nord la palizzata si abbassa in maniera molto marcata in modo che ci sentiamo spinti in quella direzione sia per curiosità di guardare oltre che per il femoneno ottico  di un consistente aumento di luminosità del cielo in quella direzione: è come se solo da quel punto si possa osservare un tramonto accecante di luce bianca. Arrivati al punto più basso delle mura però la luce ritorna normale, si può vedere il litorale con al centro una suggestiva immagine della casa di Parmenide. Una sottile delusione si fa strada nel nostro animo, ci eravamo creati aspettative dalla vista di quella luce, come se avesse potuto rassicurarci di fronte alle grandi incertezze del pensiero. Poi, guardando indietro, ci accorgiamo che il bagliore è ancora la a sormontare le alte mura; ora però ci sembra il sorriso malizioso di una femmina stupenda dietro a un paravento, ostinata a tenere nascosta la bellezza della propria nudità.

Questa tappa passata a camminare su e giù e a zig zag lungo pareti insormontabili ha suggerito numerose e disparate riflessioni: il recinto urbano è in primo luogo una protezione ma nel nostro caso potrebbe significare fortificazione del pensiero, disciplina al cospetto di un saggio atta a consolidare pratiche spirituali che possano portare alla visione della luce interiore. Le mura sono il nostro confine, la marcatura del nostro raggio di azione: ce ne accorgiamo ogni volta che il nostro cammino viene fermato e dobbiamo tornare indietro o capire che l’unica possibilità di andare sempre avanti è quella di girare in circolo o “in quadrato” lungo il perimetro.

Cambiando il punto di osservazione il recinto può anche essere visto come il cortile della prigione in cui trascorrere un’ora all’aria aperta assaporando l’illusione di un attimo di libertà. Il paravento di pietra è ciò che nasconde il corpo della verità: riusciamo a vederne la faccia  sorridente ma non potremo mai immaginare la forma di tutto il resto se non l’abbiamo mai vista. E’ la linea di separazione tra ciò che ci è dato di conoscere e quello che nemmeno riusciamo a intuire. Queste sono le mura viste da dentro che sono poi simili a quelle viste da fuori.

Dentro a ognuno di noi esiste un “centro città fortificato” in cui ci piacerebbe entrare, un quartiere direzionale nascosto in un antro della nostra coscienza in cui si sviluppano e si decidono, a nostra insaputa, gran parte degli accadimenti della nostra vita. Talvolta, durante il sonno, si riesce a varcare la porta arcaica e sorvolare viuzze e piazze luminose, conquistare l’altezza dei palazzi sedersi a testa in su per vedere il cielo, bussare alle porte ermeticamente chiuse, urlare a squarciagola di farci entrare, sempre attenti e curiosi di riuscire a vedere, almeno una volta, anche per un attimo, un sorriso rassicurante dietro il vetro di una finestra.

 

identikit alla biennale del disegno rimini 26 apr

Riproposta dei miei identikit alla biennale del disegno

 

Ho incontrato persone senza averle mai viste in faccia, senza conoscere il loro aspetto fisico. Ci siamo scambiati frasi e immagini di soli pixel.
Abbiamo anche cercato di guardarci dentro attraverso le sfumature delle parole e… ci siamo immaginati.
Poi ho pensato di inventare il loro ritratto come se le avessi veramente incontrate.
Gli identikit alla biennale del disegno saranno in mostra a Rimini fino al 12 luglio 2016