Carlo Ravaioli
"Le Scale del Sogno"
Comune di Bertinoro

settembre 2005
a cura di Enzo Dall'Ara

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“Il romantico si sottomette alla vita,
il classico la domina”.
(Anaïs Nin, Diario)

“Romantico – classico”: un binomio a termini antitetici che si fondono nella fluente armonia eraclitea degli opposti e che, in dilatazione speculativa, comprendono l’infinito universale della cultura e dell’arte. Ogni movimento o corrente artistica, in quanto pura e corale emanazione dell’essere, riserva accenti di caustica libertà o di severa regola, di sfrenato impulso dionisiaco o di rigorosa razionalità apollinea. Al pari dell’organizzazione del progetto o dell’idea che informa l’opera d’arte, la lettura esegetica implica due livelli platonici d’interpretazione, quello sensibile, letterale ed estetico e quello intelligibile, spirituale ed interiore. Allora, i due livelli, seppur distinti, tendono ad intersecarsi e a completarsi, sicché le diversità risultano più formali che contenutistiche.
È quindi azzardato e talora improprio etichettare un’opera d’arte o il percorso di un artista in precisi “ismi”, poiché l’essenza del creare ha caratteri di universalità e non soggiace a meri schematismi classificatori. Questi aiutano soltanto a localizzare lo spazio e a precisare il tempo per fini prettamente pratici, ma non giungono mai a validi ed esaustivi chiarimenti di individuali idealità creative. Per induzione, quindi, il “romantico” si contrappone al “classico” soprattutto per facilitare l’indagine critica, poiché, in realtà, il primo termine presenta, in corrispondenza biunivoca, orme proprie del secondo, in quanto mente e spirito non si scindono mai in rivoli divergenti.
Se “il romantico si sottomette alla vita” e “il classico la domina”, come scriveva Anaïs Nin nel suo “Diario”, Carlo Ravaioli è artista che, nei dipinti, modernissimi e assolutamente personali, infonde aure romantiche e classiche. Dove alligna, allora, il “romanticismo” di Ravaioli? Dov’è possibile cogliere sentori di sottomissione alla vita? Principalmente nelle atmosfere incombenti, dense ed immote di paesaggi e di interni che, pur con accenti visivi della realtà rammentata e delle origini agresti, diffondono attese e sospensioni dello spirito e del pensiero, avulse da una verità fisica oggettiva e visibile e permeate, invece, dall’enigma imponderabile del cosmo, della natura e dei suoi elementi fondamentali.
Il vero figurativo rappresentato si svolge soltanto sul primo livello interpretativo, quello sensibile, mentre l’“oltre” dell’immagine non ha tempo e spazio, poiché stravolto dall’ansia perenne dell’uomo di sondare un “altrove” che risulta ambiguo in quanto sconosciuto. Anche la figura umana espone un’esteriorità ieratica e silente che cela un secondo livello di riflessione, quello intelligibile, cui convergono le paure di un dualismo in bilico fra desiderio d’identità e coscienza di transitorietà esistenziale. Pur nella fermezza e solidità iconica, tutto appare instabile, in equilibrio precario, in una sorta di aspettativa impotente, i cui orizzonti non presentano varchi sicuri e liberatori, se non in un agognato auspicio di speranza o di fuga.
I paesaggi, basati su elementi fisici ed architetture del ricordo, appaiono in estrema aridità naturalistica, in deserti dell’anima impressi su campi d’infinito e su sporadici alberi totemici. Così, su emersioni iconiche talora autobiografiche, l’artista elabora case rurali, solitarie e mute, che, come annose fortezze o cittadelle a reminiscenza micenea, accolgono deformazioni del tempo e della memoria e divengono celle di un passato archetipico, percepito nella contorsione del silenzio. L’effusione cromatica, sapiente e potente, non induce solarità vivificante; implica, piuttosto, il magma fluido o solido di un pensiero errante nell’asperità della vita. Allora, gli interni o i misteriosi agglomerati di edifici, quasi case-torri medievali, altro non sono che soste del medesimo pensiero, spazi ripresi nella sequenza filmica della memoria, nel divenire di molteplici punti d’osservazione e di luce, che annullano regole di gravità fisica e prospettiva canonica, di perfezione geometrica e severità chiaroscurale. Ombra e luce scandiscono, infatti, la sovrastante potenza di architetture memoranti e immaginifiche, come dolmen o menhir ove la presenza umana è rivelata soltanto da atmosfere vissute.
In questi labirinti di stanze, piani, scale e muri, le aperture sono pertugi o passaggi verso un esterno che propone, invero, la stessa fisionomia dell’interno, quella della solitudine e dell’abbandono. Il rigore geometrico euclideo abdica ad assoluta libertà immaginativa, prostrata, però, ad uno “Sturm und Drang” che sconvolge, ma che offre l’opportunità di pensare sul ritmo reale della verità esistenziale. Anche la figura umana, attonita, distaccata ma attenta, osserva il mondo con l’acume di uno sguardo tagliente, consapevole che la vita riserva sorprese e distorsioni. Tale verità è oggettivata in deformazioni somatiche omologhe al polimorfismo interiore di ogni essere, conseguente all’imperscrutabile caparbietà di ignoti destini deterministici. Se il libero arbitrio può ancora sussistere, esso deve, tuttavia, rassegnarsi alla vulnerabile ed inquietante volubilità della sorte.
Eppure l’arte di Ravaioli effonde sentori di dominio, di certezza e, perfino, di consapevolezza propositiva di vita, giacché vibra di euritmia cromatica e luministica, di sapienza segnica e disegnativa, di meditata progettualità compositiva, di efficace veemenza vitalistica impressa in una materia pittorica corposa e tattile. Qui allignano echi classici, deputati a quel rigore di forma e contenuto che, nell’arte occidentale, non ha temuto e non teme arroganti aggressioni pseudoinnovative, poiché la novità artistica riposa dove la tradizione storica si veste di urgenze di modernità e di costruttiva evoluzione. Infatti, l’arte non si genera dal nulla, ma risulta da un dialogo con le esperienze passate più significative, sicché non è possibile attribuire precisi valori artistici ad un’opera senza averla inserita nel suo eletto periodo culturale.
Il grande poeta e saggista francese Paul Valéry affermava in “Varietà”: “L’essenza del classicismo è venire dopo. L’ordine presuppone un certo disordine che esso viene a sistemare”. E nella pittura di Ravaioli le destrutturazioni e le alterazioni di volumi, masse, piani e perimetri tendono costantemente ad un’assonanza estetica, in sintonia con una sensibilità creativa proiettata ad una dichiarazione ragionata dell’azione artistica. D’altronde, la sua ricerca stilistica si avvale sempre di studi innovatori su tecnologie d’avanguardia, alimentando un iter espressivo che utilizza ogni potenzialità dell’universo elettronico, secondo indirizzi, tuttavia, che approdano ad autentiche attestazioni di consolidata “pittura – pittura”.
Il sapere tecnico si fonde con profonde basi culturali, consentendo un linguaggio che accoglie fascinazioni metafisiche, con percezioni surreali, accordate con propensioni di dinamica soggettività espressionista. Dalle spesse superfici pittoriche emerge una percettibile tensione a dichiarare una personalità coerente con una poetica intensamente emozionata dalla difficile condizione attuale di natura e uomo, da una realtà esistenziale, dunque, aspra e complessa, incisa su una materia vivida, palpitante dell’umica densità dell’affresco. La madre-terra assume, così, connotazioni cosmiche, fisionomie fisico-morfologiche di pianeti alieni, ove la “nave” di viaggi odissei si è posata, insediandosi e pietrificandosi in sterili lande anecumeniche.
L’arte di Ravaioli è messaggio, denuncia, monito, ma è anche intima confessione, diario interiore, comunicazione umana. L’onnipresente componente relativistica di spazio e tempo si afferma in piani-sequenza consecutivi ma diacronici, che, nell’ambivalente connubio di interni-esterni, distorcono la consueta linearità circolare dell’orizzonte, fendendo la visione nel divenire multiplo dell’immagine. Emerge, così, il concetto di ente ed esistente, di possibile e reale, in un arduo confronto fra artista e universo fisico ed antropico. Lo stile inconfondibile ed innovativo, perspicuo e scabro, è in sintonia con un’introspettiva convinzione espressa da Picasso, nettamente aderente alla verità esistenziale contemporanea: “Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi”.


Enzo Dall’Ara