teatro bonci cesena 15 lug

Sabato 16 luglio 2016 – ore 19.00

GALLERIA COMUNALE D’ARTE – Palazzo del Ridotto
CESENA – Corso Giuseppe Mazzini 1
 
Inaugurazione della mostra
 
“Spiriti Ardenti”- fra arte & fotografia
 
a cura di Marisa Zattini
 
 
Paola BABINI – Moreno BONDI – Paola CAMPIDELLI
Daniele MASINI – Carlo RAVAIOLI – Eros RENZETTI
Con un omaggio a Ilario FIORAVANTI
Sabato 16 luglio 2016, alle ore 19,00 presso la Galleria Comunale d’Arte del Palazzo del Ridotto di Cesena, si terrà l’inaugurazione della mostra “Spiriti Ardenti” – fra arte & fotografia, un omaggio al 170° Anniversario del Teatro “Alessandro Bonci” e al suo costruttore, l’architetto Vincenzo Ghinelli, alla presenza dell’Assessore alla Cultura Christian Castorri, della curatrice Marisa Zattini e degli artisti coinvolti. Un evento voluto e promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena nell’ambito della valorizzazione dell’arte contemporanea.
 
Dal 1846 il Teatro Bonci è stato fulcro di numerosi significativi eventi che hanno lasciato spazio, fra le altre, a due compagnie cesenati di fama nazionale e internazionale: il Teatro Valdoca e la Socìetas “Raffaello Sanzio”. Dei vari spettacoli ospitati sul palcoscenico del Bonci sono state selezionate alcune fotografie. Agli artisti invitati è stato chiesto di reinterpretarle, con il loro stile e la loro sensibilità artistica. Così, in un autentico “cortocircuito”, si offrono oggi allo sguardo, congiuntamente ai dipinti, quale “omaggio nell’omaggio” in un dialogo sincronico e diacronico tra arte figurativa e arte scenica, memoria di una comune radice “visiva” del teatro e dell’arte, senza dimenticare quella speciale “dimensione numerologica” che l’anniversario offre. La mostra si completa di alcuni documenti dell’architetto Vincenzo GHINELLI: una sua lettera, alcuni schizzi della pianta del Teatro e altri documenti gentilmente concessi per l’evento dall’Archivio di Stato di Cesena.
le citta invisibili dei filosofi i nuovi templi 26 apr

L’illusione e le origini dei culti moderni nei nuovi templi

Il vasto spazio che separa il porto dall’agglomerato dei nuovi Templi, più che a una piazza assomiglia a un campo allagato. L’immensa pozzanghera che divide le facciate delle costruzioni dall’ampia veduta antistante si impone come fossato protettivo o come il fiume Acheronte che separa il mondo reale da ciò che riguarda l’aldilà. L’ostacolo che ci separa dal cammino introspettivo è apparente: ciò che sembra un calmo e profondo corso d’acqua è in realtà profondo poco più dello spessore della suola delle scarpe e lo si può attaraversare senza bagnarsi i piedi. Facciate di chiese e templi senza elementi architettonici riconoscibili sorgono addossati gli uni agli altri per non suggerire nessun riferimento religioso. Si intuisce semplicemente che quello potrebbe essere il luogo in cui la filosofia si mescola alla religione raccogliendo quà e là elementi dalla storia dei popoli che col culto hanno costruito e distrutto imperi immensi.

Quando fu ricostruita la città, in molte parti del pianeta, erano iniziate a sorgere correnti di pensiero  che andavano a pescare nelle dottrine arcaiche dei popoli più antichi della terra. Incredibilmente erano sorti ancora una volta luoghi di culto per dare maggiore sostanza alle nuove religioni. Il fenomeno durò parecchie decine di anni e oggi, in questo luogo, troviamo accenni anche a quel periodo.
Pochi e sproporzionati gradini ci invitano a salire ed entrare dal grande portale al centro del complesso e questa volta la salita è abbastanza faticosa. Appena entrati il gioco delle prospettive cattura immediatamente lo sguardo e ci troviamo magicamente sospesi in un mondo illusorio. Ciò che da fuori vedevamo in alto, da qui ci appare molto in profondità e viceversa, ci muoviamo con difficoltà e lentamente per evitare il capogiro. Un buon inizio per avere la sensazione di distaccamento dalla realtà e prendere coscienza di quanto il senso della vista influenzi e condizioni la vita umana ricordandoci, se mai ce ne fossimo dimenticati, quanta parte ha avuto nella crisi del pianeta del XXI secolo. Se non riusciamo più a chiudere gli occhi per meditare o pregare o pensare o contemplare l’energia di cui siamo fatti, qui è possibile fare tutte queste cose ad occhi aperti, la visione ci porta in quello stato di fissità in cui ci troviamo quando il cervello si resetta: guardiamo ma non percepiamo nulla. Ora siamo seduti sui gradini che danno in un cortile interno nella zona più bassa ma la sensazione di galleggiamento che abbiamo guardando di fronte è quella di trovarsi in alto e vedere addirittura i bagliori del porto.

Dopo una lunga sosta per questa meditazione “forzata”, ci spostiamo all’interno di quelli che chiamano i templi nuovi. Altissime colonne a base quadrata in doppia e tripla fila, fitte da non lasciar passare nemmeno un topo, sorreggono un tetto pesantissimo per dimostrare la forza e la solidità delle fondamenta di sostegno. All’interno ci si arriva da un tempietto più basso e anche qui l’impatto visivo è spiazzante. Le colonne hanno una superficie e una disposizione tali che la luce, entrando amplificata a fasci lamellari, illumini l’abbondante pulviscolo atmosferico componendo figure geometriche che riempiono tutto l’interno  dei templi nuovi e cambiano forma e dimensione in continuazione col cambiare della luce esterna. Ci troviamo così a vagare tra  stanze vuote in movimento le cui pareti possono essere attraversate perché fatte di luce, o meglio di tanti granelli di polvere sospesi illuminati. Un modo originale e artistico per rendere l’idea che la materia è fatta di atomi.
Un particolare del dipinto “La città dei filosofi” – I nuovi Templi

la cinta muraria 04 mag

carlo ravaioli “La Città dei Filosofi” olio su tela cm. 90×180 – particolare: La cinta muraria

La fortificazione del pensiero e il corpo celato

Ci sono ancora edifici alti attorno a noi, l’illuminazione artificiale, come nei film in bianco e nero del XX° secolo, crea ombre lunghe e spesso contrarie con un effetto spiazzante. I bagliori dietro agli angoli delle torri o dei palazzi fanno sperare che a ogni svolta ci si trovi finalmente di fronte a una risposta o a una soluzione. Il terreno è in discesa, ripido e senza scale, anomalo per un centro città arroccato. Gli spazi si allargano e alla nostra sinistra vediamo innalzarsi un tratto delle mura di cinta. Nude e imponenti, disposte su una pianta irregolare, appaiono come in gigantesco paravento atto a nascondere l’orizzonte e ogni altra vista piuttosto che infondere il senso di protezione proprio di una recinzione urbana. Verso nord la palizzata si abbassa in maniera molto marcata in modo che ci sentiamo spinti in quella direzione sia per curiosità di guardare oltre che per il femoneno ottico  di un consistente aumento di luminosità del cielo in quella direzione: è come se solo da quel punto si possa osservare un tramonto accecante di luce bianca. Arrivati al punto più basso delle mura però la luce ritorna normale, si può vedere il litorale con al centro una suggestiva immagine della casa di Parmenide. Una sottile delusione si fa strada nel nostro animo, ci eravamo creati aspettative dalla vista di quella luce, come se avesse potuto rassicurarci di fronte alle grandi incertezze del pensiero. Poi, guardando indietro, ci accorgiamo che il bagliore è ancora la a sormontare le alte mura; ora però ci sembra il sorriso malizioso di una femmina stupenda dietro a un paravento, ostinata a tenere nascosta la bellezza della propria nudità.

Questa tappa passata a camminare su e giù e a zig zag lungo pareti insormontabili ha suggerito numerose e disparate riflessioni: il recinto urbano è in primo luogo una protezione ma nel nostro caso potrebbe significare fortificazione del pensiero, disciplina al cospetto di un saggio atta a consolidare pratiche spirituali che possano portare alla visione della luce interiore. Le mura sono il nostro confine, la marcatura del nostro raggio di azione: ce ne accorgiamo ogni volta che il nostro cammino viene fermato e dobbiamo tornare indietro o capire che l’unica possibilità di andare sempre avanti è quella di girare in circolo o “in quadrato” lungo il perimetro.

Cambiando il punto di osservazione il recinto può anche essere visto come il cortile della prigione in cui trascorrere un’ora all’aria aperta assaporando l’illusione di un attimo di libertà. Il paravento di pietra è ciò che nasconde il corpo della verità: riusciamo a vederne la faccia  sorridente ma non potremo mai immaginare la forma di tutto il resto se non l’abbiamo mai vista. E’ la linea di separazione tra ciò che ci è dato di conoscere e quello che nemmeno riusciamo a intuire. Queste sono le mura viste da dentro che sono poi simili a quelle viste da fuori.

Dentro a ognuno di noi esiste un “centro città fortificato” in cui ci piacerebbe entrare, un quartiere direzionale nascosto in un antro della nostra coscienza in cui si sviluppano e si decidono, a nostra insaputa, gran parte degli accadimenti della nostra vita. Talvolta, durante il sonno, si riesce a varcare la porta arcaica e sorvolare viuzze e piazze luminose, conquistare l’altezza dei palazzi sedersi a testa in su per vedere il cielo, bussare alle porte ermeticamente chiuse, urlare a squarciagola di farci entrare, sempre attenti e curiosi di riuscire a vedere, almeno una volta, anche per un attimo, un sorriso rassicurante dietro il vetro di una finestra.

 

identikit alla biennale del disegno rimini 26 apr

Riproposta dei miei identikit alla biennale del disegno

 

Ho incontrato persone senza averle mai viste in faccia, senza conoscere il loro aspetto fisico. Ci siamo scambiati frasi e immagini di soli pixel.
Abbiamo anche cercato di guardarci dentro attraverso le sfumature delle parole e… ci siamo immaginati.
Poi ho pensato di inventare il loro ritratto come se le avessi veramente incontrate.
Gli identikit alla biennale del disegno saranno in mostra a Rimini fino al 12 luglio 2016

La casa di parmenide 31 mar

LA CASA DI PARMENIDE Il fondatore della scuola eleatica

In fondo al passaggio di Porta Rosa percorriamo il fianco della gola e subito dopo il primo caseggiato ci troviamo nella penisoletta su cui è costruita quella che poteva essere la casa di Parmenide durante i suoi soggiorni.

Il complesso è costituito di due ampie costruzioni e di alcuni piccolissimi monolocali che si affacciano sull’acqua. La prima grande e piacevole sorpresa è la presenza di due alberi che fanno da corredo a una deliziosa scena di architettura urbana che ricorda i cortili del XXIII secolo. In quegli anni  le foglie erano ancora verdi, oggi la clorofilla, mutata geneticamente, riflette quasi tutte le frequenze della luce dando alle piante un aspetto ovattato e luminoso e una colorazione biancastra spesso con dominanti gialle o arancio. Il luogo è assolutamente confortevole e preannuncia che tutto il quartiere meridionale abbia un aspetto migliore. La seconda sorpresa, che in fondo ci si poteva aspettare, è la mancanza di porte d’ingresso per la casa di Parmenide.

caseNord Si intravedono piccole finestre nella parte alta delle costruzioni per far sembrare il tutto, anziché delle abitazioni,  fortificazioni arcaiche: come se ci si debba proteggere da qualcosa di terribile che si nasconde all’interno. In seguito vedremo che la mancanza di porte e aperture è una caratteristica di tutto il quartiere meridionale con la differenza che mentre al nord non vi sono accessi se non dalle finestre, qui le case,  costruite oltre i tre metri di livello sul mare, hanno quasi tutte accessi e collegamenti sotterranei. La rete di cunicoli e gallerie, inaccessibile ai visitatori, quindi totalmente sconosciuta, porta spesso a pensare che la vita degli abitanti si svolga per la maggior parte sotto terra e che la parte alta delle case sia ovviamente riservata ai filosofi. Non  è possibile verificare quanto vasto possa essere la lo spazio scavato sotto la città e siccome nell’antichità il promontorio  collinare era solo il quartiere nord e questa era una zona quasi pianeggiante le supposizioni si moltiplicano. Si pensa spesso di paragonare il quartiere meridionale a un termitaio, di cui vediamo solo un cumulo di terra nuda ma dentro cui vivono migliaia di esseri che forse non hanno mai visto la luce. Forse la montagna su cui sorge la “finta” città dei filosofi è stata ottenuta col terreno prodotto dagli scavi che danno spazio a una immensa città nascosta, che si allunga verso il centro del pianeta: una Derinkuyu dei giorni nostri sorta ancora una volta per proteggere il mondo da chissà quale pericolo cosmico o forse per l’umana nostalgia di tornare nel grembo della madre terra.

la casa di Parmenide è un particolare del dipinto La città dei filosofi

….Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che è e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità), l’altra che non è e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. … Infatti lo stesso è pensare ed essere….
Quale fosse il pensiero di Parmenide e di tutti i suoi discepoli oggi poco importa, nel corso di tutti questi secoli, filosofi e non, sono tornati ripetutamente sulla questione del “essere o non essere” senza risolverla e non sarà data a noi la possibilità di farlo.

la piazzetta de l'albero magico le città invisibili 31 mar

In piedi sotto l’albero magico o seduti all’ombra della buona sorte.

La sommità del colle in cui sorge il centro citta ha due vette. Abbiamo lasciato l’antica fonte e i giardini dell’essere nella prima sommità  e dopo aver percorso un piccolo avvallamento risaliamo per raggiungere la minuscola piazzetta su cui sorge l’albero magico.  Lo scenario costringe l’occhio a fermarsi sulla piccola chioma rotonda invitandoci a guardarla più da vicino. Ci sediamo in cerchio circondando il tronco e fissiamo la luce che rimbalza tra le foglie bianche dell’albero. Quando gli alberi avevano la clorofilla che colorava le foglie di verde si poteva godere di una ombra fresca sotto al sole cocente. Le fronde bianco latte invece diffondono e amplificano la luce in modo tale da non produrre ombre al suolo nemmeno per gli oggetti che vi si trovano sotto. Siamo avvolti come da una nebbia accecante in uno stato meditativo ad occhi aperti pronti ad avere esperienza dell’energia vitale che da vita ai corpi. Quello che ci si aspettava dal precedente giardino lo troviamo qui seduti sotto l’albero magico: l’essenza dell’essere. Nell’intuire una coscienza immortale una gioia profonda ci pervade poi segue un malinconico timore dato dalla certezza che la perdita del corpo  sarà anche perdita della propria memoria. L’effetto della sperimentazione al posto del ragionamento filosofico ci carica di voglia di attingere da tutto ciò che già si possiede realizzando il significato delle antiche disquisizioni sul “carpe diem”. Ci incamminiamo verso la “periferia” della città girando attorno alle case che sorgono sulla sommità della seconda vetta. Il lato nascosto di questa parte del monte non scende in una vallata ma rimane in quota e si congiunge con un sentiero alle case arcaiche della periferia.
L’albero magico è un particolare della città dei filosofi

carlo ravaioli La Città dei Filosofi
05 ago

 LA CITTA’ DEI FILOSOFI – la ricostruzione

La città dei filosofi nella sua veduta d’insieme. Partendo dai resti archeologici di Elea (greco) denominata in epoca romana VELIA, polis della magna grecia, ho voluto prefigurare una immaginaria ricostruzione della città nel futuro, precisamente nell’anno 2.750, dipingendo un a tela cm 180×90.

Il minuziosità di dettaglio nel descrivere i vari scorci della città mi ha in seguito suggerito la possibilità di sezionare il dipinto in 26 scorci.
Ognuna di queste vedute rappresenta una tappa di un immaginario viaggio turistico all’interno della città dei filosofi.
Il “visitatore” percorre in lungo e in largo il sito archeologico ricostruito, incontrando monumenti creati dalla mia pura immaginazione ma a volte ricavati da precise nozioni storiche.
Il sito archeologico si trova in un parco del Cilento e si affaccia sul mare in corrispondenza del fiume Alento. La città Chiamata in antichità Elea fu fondata nel 540 avanti cristo da un gruppo di esuli provenienti dalla Grecia tra cui i filosofi Parmenide e Zenone.
Il percorso didattico del reale sito archeologico della città dei filosofi inizia dalla città bassa dove gran parte degli edifici ellenistici risalgono all’età romana. La visita del luogo permette di incontrare molti dei resti citati nel dipinto. La Porta Rosa, Il pozzo Sacro, il quartiere meridionale, l’Acropoli e l’antico porto romano rivivono il loro originario splendore, grazie a una interpretazione fantastica.

La Città dei filosofi, il dipinto è stato realizzato nel 2014 a olio e acrilico su tela

la periferia fantasma della città invisibile 03 lug

il ritorno alla terra da un tempo diverso, il mito della memoria cosmica e il sentimento oceanico

Non esiste confine tra le case arcaiche e quelle della “periferia fantasma”. Le prime, come il resto della città, hanno la parvenza di essere abitate mentre le ultime, oltre a diradarsi, hanno l’aspetto fatiscente quasi diroccato del paese disabitato da decenni. (altro…)

le case arcaiche e la felicità di uscire dalla crisi 30 giu

carlo ravaioli “La Città dei Filosofi” olio su tela cm. 90×180 – particolare: Le case arcaiche

L’orizzonte illusorio e la falsità della ragione

Carichi di entusiasmo per aver trovato qualche risposta dalle esperienze meditative di alcune tappe della città dei filosofi iniziamo a seguire il sentiero che ci porterà fuori dal centro. Dalla sommità del monte le case arcaiche sembravano a pochi passi: ancora una volta i giochi prospettici degli architetti dei filosofi avevano creato l’inganno puntando sulla illusione ottica. Il messaggio era a quel punto molto chiaro: se qualcuno di voi si trova a un certo punto del viaggio di fronte una parvenza di verità, sappia che in realtà si trova solo all’inizio di un nuovo viaggio. Il cammino è molto lungo e, a differenza di ciò che sembrava, in salita.

Poco prima di arrivare alla sommità del percorso, si notano le riproduzioni dell’insediamento abitativo più antico della città (540-535 a.C.): si tratta di abitazioni ad un solo vano con cortile antistante: la muratura è a blocchi di arenaria di forma poligonale come dai una tecnica importata direttamente dall’Asia Minore da dove provenivano i coloni. Le case sono disposte a terrazza ed attraversate dal sentiero che qui si allarga in una strada di terra battuta che finisce dove finiscono gli edifici: in questo piccolo quartiere si accede solo dal sentiero che proviene dalla sommità del centro città. La puntigliosità di questa ricostruzione va a sottolineare che qui ci troviamo in un luogo che precede la data della fondazione dell’urbe. Pare che i filosofi abbiano collocato alla fine del viaggio ciò che sta all’origine della città quasi a suggerire che l’inizio e la fine possano coincidere. Quella che doveva essere una visita guidata in cui godere della vista e degli altri sensi, si è trasformato col tempo in un percorso intricato nel pensiero speculativo catturati qua e là dall’illusione di scoprire la verità sull’essere. In fondo al nucleo abitativo finisce la strada senza una netta interruzione quasi a sfumare col terreno, questo per indurci a proseguire verso le ultime costruzioni che vediamo spuntare poco lontano.